Torino alla 25° ora

4 Gennaio 2012 Nessun commento

[video http://youtu.be/e_sIr8fpNyw ]

Sì…vaffanculo anche tu -
Affanculo io?
Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita. In culo ai mendicanti che mi chiedono soldi e che mi ridono alle spalle.
In culo ai lavavetri albanesi che mi sporcano il vetro pulito della macchina.
In culo ai napoletani, che vanno per le strade a palla con i loro taxi decrepiti…puzzano di mozzarella da tutti i pori; mi mandano in paranoia le narici… aspiranti camorristi, E RALLENTATE, CAZZO! In culo ai ragazzi della Collina, con il torace depilato e i bicipiti pompati, che se lo succhiano a vicenda nei miei parchi e te lo sbattono in faccia sul Gay Channel. In culo ai bottegari Piemontesi, con le loro piramidi di frutta troppo cara, con i loro fiori avvolti nella plastica: sono qui da sempre e non sanno ancora mettere due parole insieme. In culo ai Rumeni di Barriera di Milano, mafiosi e violenti, seduti nei bar a sorseggiare il loro tè con una zolletta di zucchero tra i denti; rubano, imbrogliano e cospirano…tornatevene da dove cazzo siete venuti! In culo agli Ebrei Ortodossi, che vanno su e giù per corso Vittorio nei loro soprabiti imbiancati di forfora a vendere diamanti del Sudafrica dell’appartheid. In culo agli agenti di borsa di Milano, che pensano di essere i padroni dell’universo; quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas/Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora. Sbattete dentro quegli stronzi della Parmalat a marcire per tutta la vita… e Berlusconi e Andreotti non sapevano niente di quel casino?! Ma fatemi il cazzo di piacere! In culo alla FIAT, a Mediaset, all’Alitalia, alla Tim…In culo ai Calabresi: venti in una macchina, e fanno crescere le spese dell’assistenza sociale… e non fatemi parlare dei pipponi dei Pugliesi: al loro confronto i Calabresi sono proprio dei fenomeni. In culo ai Siciliani di Mirafiori con i loro capelli impomatati, le loro tute di nylon, le loro medagliette di Sant’Antonio, che agitano la loro bandiera del Palermo firmata Luca Toni, sperando in un’audizione per I Soprano. In culo alle signore del Quadrilatero Romano, con i loro foulard di Yves Saint Laurent e i loro carciofi di Gucci da 50 euri: con le loro facce pompate di silicone e truccate, laccate e liftate…Non riuscite a ingannare nessuno, vecchie befane! In culo ai negri di Porta Palazzo. Non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno duecento dribbling prima di tirare in porta, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù in Italia è finita coi romani. E muovete…le chiappe, è ora! In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con un proiettile ad una manifestazione, nascosti dietro il loro muro di omertà. Avete tradito la nostra fiducia! In culo ai preti che mettono le mani nei pantaloni di bambini innocenti. In culo alla Chiesa che li protegge, non liberandoci dal male. E dato che ci siamo, ci metto anche Gesù Cristo. Se l’è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un weekend all’inferno, e poi gli alleluja degli angeli per il resto dell’eternità. Provi a passare sette anni nel carcere delle Vallette. In culo a Osama Bin Laden, a Al Qaeda e a quei cavernicoli retrogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, vi auguro di passare il resto dell’eternità con le vostre settantadue puttane ad arrostire a fuoco lento all’inferno. Stronzi cammellieri con l’asciugamano in testa, baciate le mie nobili palle Torinesi! In culo ad Alessandro Baricco, lamentoso e scontento. In culo a Paolo, il mio migliore amico, che mi giudica con gli occhi incollati sulle chiappe della mia ragazza. In culo a Beatrice: le ho dato la mia fiducia e mi ha pugnalato alla schiena, mi ha venduto alla polizia…maledetta puttana! In culo a mio padre, con il suo insanabile dolore: beve acqua minerale dietro il banco della sua officina, vendendo Lancia agli operai innenggiando alla juve. In culo a questa città e a chi ci abita. Dalle casette a schiera di Leumann agli attici di Via Roma, dalle case popolari di Corso Cincinnato ai loft della Consolata, dai palazzoni di Madonna di Campagna alle case di pietra di Superga e a quelle a due piani di Moncalieri. Che un terremoto la faccia crollare. Che gli incendi la distruggano. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi. No, no, in culo a te, Apple Sid. Avevi tutto e l’hai buttato via, BRUTTO TESTA DI CAZZO!”

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Ricevo e pubblico

24 Dicembre 2011 Nessun commento

Sono in pessima forma, decisamente appesantito, e dal primo novembre che vivo per il Natale: a lavoro ci son le consegne per fine anno, i regali ai clienti, i regali dai fornitori, cena della ditta, cena della squadra di calcio, cena del gruppo amici non sposati, inviti dagli amici sposati con figli che ti saltano dappertutto più che mai rifiutati, regali e regalini a secondo dell’importanza… …ho già scoperto che per la ragazza del bar valgo un maglione, ho scoperto che per lei il suo ragazzo vale un set da barba (lui che per ironia della sorte è sempre sbarbato)… scoprirò e mi deluderò. E’ vero! quest’anno non ho fatto una minchia, un anno sdraiato su un divano a guardar la tv, a bere e fumare, in giro per i bar all’ora dell’aperitivo, a buttare i risparmi nelle macchinette, allo stadio a scaricar le frustrazioni accumulate in settimana ad obbedire ad un potere strumentale al capitale… basta co’ sto cazzo di lavoro interinale voglio un posto fisso, tranquillo, col salario garantito, alla lunga anche fare un lavoro utile alla comunità come il mio stanca, per esempio invidio nelle vostre case il clima di festa di questo periodo mentre a me tocca sgobbare, poi non parliamo di questi inutili parassiti che quest’anno mi hanno mandato dall’agenzia, nessuno a voglia di darsi da fare alle cinque spariscono come folletti,be forse non così merde come i folletti però il paragone calza, gli chiedi di far un pò di straordnario e campano in aria scuse come “la famiglia”, ma quale famiglia e famiglia! se non fosse per il mio passaggio una tantum quei tossichelli dei vostri figli sarebbero a bombardarsi di canne in piazzetta con quelle troiette della ragazze invece di star a sbranare faraone con voi e quelle orche delle vostre mogli… sbocco, sono in ritardo, il prossimo anno compro il cesna nuovo, ste minchia di renne non vanno più avanti poi da quando gli ho messo l’impianto a gas qui dietro non si respira e il finestrino da tirar giù per far uscire l’odore in sta slitta manco c’è; scusate il mio italiano sono finlandese, ma me ne vado subito… Saluti Santa Claus

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“…homeless, Moonlight sleeping on a midnight lake…”

30 Novembre 2011 2 commenti

…fa un Cazzo di freddo oggi, foglie di neve scendono come suore in processione, guardo ipnotizzato quel grande schermo naturale che ho innanzi, come in un quadro di “quelli strani” vedo formarsi strani figuri, foschi, che cavalcano altri strani oggetti: un tizio barbuto su una lama, una donna ingrassata che porta una cesta, e un bamino pelato su un triciclo zeppo di specchietti retrovisori. Sciolgo con la lingua un fiocco che mi si poggia sulla bocca, cercando di masticarlo finchè ancora vivo, finchè ancora nella sua consistenza naturale, la sciarpa di pashmina assieme ad un barba malfatta punzecchia il mio volto mentre aspetto il suo arrivo, tiro fuori un vecchio cellulare dalla tasca, lancio un’occhiata all’oblò che non lampeggia ormai da anni da quel di in cui lasciai le mie vesti e mi spogliai delle mie ricchezze, faccio roteare il telefono in aria lo lascio cadere sul collo del mio piede, ed inizio a palleggiare. L’attesa è ormai all’apice del suo momento snervante, non fumo ma impreco, i pensieri mi si accumulano in testa ed entro in un inconsueta confusione, tipo quella che ti ritrovi in cameretta, dopo che tua madre mette a posto le tue cose, senso di ordine diverso e pretenzioso; vado avanti e indietro, sul marciapiede davanti l’androne, di un palazzo settecentesco, ormai decadente, battendo le scapole con i polpastrelli, mano destra – scapola sinistra, scapola destra – mano sinistra, non arriva.Ricordo che una volta una signora del secondo piano, mi regalò del cibo per il cucciolo di bastardino che al tempo divideva quel pezzo di marciapiede con me, la ringraziai e come di consueto divisi il pasto con il mio fedele compagno; dove mangia uno mangiano in due. Mi accingo al bordo, e faccio capolino per veder se arriva e da quale lato, le automobili sfrecciano incuranti della mia presenza, indifferenti, quante volte mi son chiesto se la mia invisibilità fosse vera, quante volte ho desiderato che il tempo si fermasse su delle strisce pedonali e che il mio corpo fantasminico fosse attraversato da quei mezzi, cechi. Mi ingobbisco deluso per non averla vista, mentre la scia delle macchine rende, se possibile, l’aria ancora piu gelida. Fa un cazzo di freddo.

…Dal momento che te ne sei andata
mi sono sentito perso, ho smarrito la strada
Io sogno la notte
Posso solo vedere il tuo viso
Mi guardo intorno e capisco che non riesco a rimpiazzarti
Mi sento infreddolito e desidero il tuo abbraccio
Continuo a piangere, per favore…

…Since you’ve gone I’ve been lost without a trace.
I dream at night, I can only
see your face.
I look around but it’s you I can’t replace.
I keep crying baby, baby please…

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Videogame

5 Aprile 2011 2 commenti

Gioco da sempre con la vita, la mia,quasi sempre perdo ma per fortuna basta una monetina da 200 lire per ricominciare, certo si riparte da capo ripercorrendo alla fine le stesse strade ma la possibilità di ritrovarsi allo stesso bivio e di ripoter scegliere, è una possibilità interessante che l’architetto ti offre, anche se gli effimeri e i balordi si saziano ad ogni anfratto e mi costringono a scappare, unico mezzo di difesa che in questo luogo è concesso, corri e corri dove puoi trovare un attimo di tregua, finchè non ti ritrovano e ricominciano a smangiucchiarti, a volte partendo dalle gambe a volte partendo dalle budella, a volte dalla testa, parassiti piccoli e invisibili come pulci d’acqua ma dai denti aguzzi.
Sconfino dall’immaginario collettivo per ritrovarmi in una nuova matrice di sensi, odori che si mischiano con paritetici ed illuminanti viaggi che s’infrangono sugli occhi come in una composizione di frame assurdi per colore e per prospettiva, colei che ogni volta cerco di rivoltare a mio piacimento come se l’essere e l’apparire debba servire a me, per evitare infiniti pianti e immodesti sbalzi di umore. Mai triste mai.
Oggi giove pluvio si accontenta di ascoltare i pearl jam e mi lascia in pace.

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Patty mood

25 Marzo 2010 1 commento

E tu
E noi
E lei
Fra noi
Vorrei
Non so
Che lei
O no
Le mani
Le sue

Pensiero stupendo
Nasce un poco strisciando
Si potrebbe trattare di bisogno d’amore
Meglio non dire

E tu
E noi
E lei
Fra noi
Vorrei
Vorrei
E lei adesso sa che vorrei
Le mani le sue
Prima o poi
Poteva accadere sai
Si può scivolare se così si può dire
questioni di cuore.

Pensiero stupendo
Nasce un poco strisciando
Si potrebbe trattare di bisogno d’amore
Meglio non dire

E tu
E noi
E lei
Fra noi
Vorrei
Vorrei
E lei adesso sa che vorrei
Le Mani le sue
E poi un’ altra volta noi due
Vorrei per amore o per ridere
Dipende da me
E tu ancora
E noi ancora
E lei un’ altra volta fra noi
Le mani questa volta sei tu e lei
E lei a poco a poco di più, di più
Vicini per questioni di cuore
Se così si può dire
Dir

E tu ancora
E noi ancora
E lei un’ altra volta fra noi
Fra noi fra noi.

Pensiero stupendo
Nasce un poco strisciando
Si potrebbe trattare di bisogno d’amore
Meglio non dire

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Gnu

18 Febbraio 2010 2 commenti

Non c’è la faccio più, il pulsare della gengiva aperta dalle mani chirurgiche dell’omino pippato vestito di bianco mi fa impazzire, è un dolore così forte che riesce ad escludere il resto, il lavoro che annoia, la donna che esige, gli amici che pretendono, i colleghi che sbarilano, il governo che ruba, il tempo che impazza. Non dormo, ormai sono settimane di astinenza da cuscino, gli occhi friggono dalla stanchezza, ma lo stato di ansia perenne mi evita di accotolarmi su un qualsiasi giaciglio morbido o duro che esso sia,non c’è la faccio ed esco. Mi opprime il senso di impotenza delle mie quattro mura e vago alla ricerca di un nonnulla che mi possa aiutare, giro per le strade e urlo, chiedo aiuto, ma le responsabilità e l’orgoglio iniettato nel subconscio fin da bambino, mi soffocano e strozzano le mie corde vocali riducendo la mia protesta in un silenzio assordante alle mie orecchie. Ho freddo e più avanza il tempo lo sento nelle ossa, d’altronde si muore ogni giorno, piano piano, lentamente, impossibile fermarlo anzi se posso velocizzo questa strana sensazione inseguendo una felicità effimera che mi è stata venduta e, ancora, utilizzata in piccole ed improvvise dosi con la consapevolezza che prima o poi una grossa esplosione di essa mi avvolgerà per poi esaurirsi come un fungo atomico, rilasciando solo scorie e resti di una vita vissuta nell’incertezza, sentiero sconnesso dove ogni giorno passeggio, come fosse un habitat confortevole nonostante pieno di insidie pronte a sorprenderti dietro ogni curva, dietro ogni cespuglio di invidia che lo costeggia e di cui a volte mi cibo, quando i morsi della fame mi avvinghiano ma le sue bacche nocive non possono che farmi vomitare verità insulse e amenità degne di uno gnu. Non c’è la faccio, scrivo per non stramazzare, per cercare di rimettere a posto i pezzi di quel famoso puzzle inflazionato per le metafore d’occasione, con le sue punte arrotondate ognuna nella sua sede, taglierei quelle punte e tapperei quelle sedi, perché nulla dev’essere scritto, la diversità è umana non l’uguaglianza siamo noi che tendiamo ad equalizzarci per avere una convivenza che tutti ci hanno insegnato come giusta, come civile ed io non ci credo e più me ne convinco più non ce la faccio, il dolore è lancinante e la lingua continua a batter forte come su un tamburo che fa rimbombare il suo suono nel mio cervello sino ad escludere ogni pensiero che mi riconduca sulla via principale quello dove si incontrano i non morti e le amebe che lastricano il passaggio, pronte a farsi calpestare, vittime della loro inesistenza. Differisco e disapprovo dal loro status, il loro status ma mi accorgo che quando mi ribello o inveisco ai loro venti che ogni tanto le smuovono dal loro stato catatonico anch’io mi risveglio in un conflitto che difficilmente riesco a vincere ma soprattutto ad evitare in quanto da me mai ricercato mai voluto. Non c’è la faccio più corro dall’omino pippato vestito di bianco per farmi dare un palliativo al mio dolore, ma neanche l’antibiotico fa effetto neanche i rimedi naturali della nonna e mi fermo qui sulla riva del fiume ad aspettare che anche esso passi insieme al mio nemico.  

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:: Ordinary World ::

8 Novembre 2008 4 commenti

 

Si sentivano passi lontani e null’altro in quel pomeriggio di Marzo, Sid passeggiava lungo il torrente alla ricerca di un filo d’erba perfetto; perfetto per essere masticato, perfetto per cullarsi nel dolce oziare, sdraiato a veder nuvole passare a mille all’ora come quei metrò, quelli che,qualche settimana prima,vide a Roma,carichi di ometti buffi in cerca di identità e ometti insonorizzati, presenti solo per quel che è la loro vita, presenti solo per se stessi.La siccità era conseguente ad un inverno dei più caldi, tant’è che il ruscello che veniva giù dalle prealpi si poteva tranquillamente guadare senza correre particolari rischi, Sid imprecava, non gli andava giù la pista ciclabile che costeggiava le sinuose forme del fiume, trovava soffocante quello strato di asfalto che rendeva innaturale la sua passeggiata, non riusciva più a sentire profumo di primavera ma solo un nauseabondo odore, fu così che decise di sedersi su quelle anguste sponde ad aspettare, fumando, tanto per bruciare ancor di più quel poco di olfatto che gli rimaneva. Secchiello era in ritardo di un quarto d’ora dal quarto d’ora di ritardo di Sid, si era persa per il quadrilatero di vie vicino al luogo dell’appuntamento, Sid sentiva da più di mezz’ora la richiesta d’aiuto della marmitta bucata dello scooter della sua nuova compagna, indisponente, non gli andò incontro per darle aiuto, preferì continuare a fumare nella speranza di veder qualche trota agonizzante tentar di risalire il fiume, saltando da una pozza all’altra, come gli successe qualche anno prima, al Villaggio degli Elfi, su per gli appenini toscani in uno dei suoi tanti viaggi. Secchiello e Sid si sono conosciuti per caso una sera all’esterno di una discoteca, entrambi si sentivano fuori luogo e fuori dalla passione che accumunava i presenti, si giravano i pollici mentre gli amici tentavano di bypassare le colonne d’Ercole poste sull’uscio, con tanto di occhiali da sole a mezzanotte e radiolina trasmittente che permetteva loro di comunicare con le altre colonne all’interno del locale, scoprirono più tardi che entrambi consideravano l’oggetto inutile. Sid fu attirato da quelle ciocche color malva che adornavano la corta chioma rossa di Secchiello e, al rimembrar di quella sera, dal basso le venne un singulto di umanità cosicchè sollevò le chiappe dalle sponde per raggiungere l’ormai disperata Secchiello.
Si avvicinava la sera Sid offrì un perfetto filo d’erba alla sua bella che cominciò a succhiarlo fino a farne uscire linfa, era un giovedì qualunque e di solito Sid non è in amore, quindi propose un serie di piroette e voli pindarici tanto per passare tempo insieme, Sid baluardo dell’importantechetucisia iniziò a canticchiare quando d’improvviso dal bosco equidistante dalla strada uscirono degli strani ometti color oliva, che scalzi correvvano inseguiti da marmittoni in divisa con la loro prolunga fallica in mano, i tre scappavano da quell’oscuro villaggio in mezzo al bosco, oscuro poichè la leggenda vuole che un tempo una strega spagnola molto potente vi soggiornasse in esilio dopo che con le sue armi aveva soggiogato il vescovo di Valencia. Sid e Secchiello assistevano alla scena da spettatori curiosi come in un sogno in cui tutto pare succederti intorno, i giustizieri presero a sparare, orde di merli annerirono il cielo e subito dopo arrivò il temporale, le urla della strega si sentivano dal bosco, avevano ucciso le sue creature inermi, ree solo di essere. Sid corse verso gli alberi, fino alla fine, laddove l’asfalto penetra un cespuglio di rovi, lo attreversò senza sputar una goccia di sangue, le spine arrotondate non scalfirono ne gambe ne braccia, Secchiello intonò una nenia incomprensibile e i suoi capelli si rizzarono come il pelo di un felino impaurito, la nenia si unì al pianto della strega e alle imprecazioni di Sid, Sid raccolse i corpi morti davanti a lui e capì, capì tutto, diede risposte a tutti i dogmi che coltivava in se da che era nato, capì che raccogliere anime sarebbe stato il suo nuovo mestiere, capì che anche per lui la  vita era finita, finita in quel sabato sera in cui lui e Secchiello incrociarono per un attimo i loro sguardi.

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Listening Vinicio – Tanco del Murazzo

28 Luglio 2008 Nessun commento

Si sveglia male, urla in cucina
fitte alla testa, memoria in rovina
parenti in casa, cinque di sera
tempo scaduto, si alza come c’è venuto
nervi asciugati, metallo in bocca
mette il giaccone, e già nell’angolo di sotto
al bar bigliardi, raduno del grifone
colosso anfibi, tatuaggi di pitone
sussurrano di come nella notte prima
gli altri son scesi come cani da rapina
slegati in squadra a testa china toro toro
hanno spazzato dei rifiuti la banchina
nel gelo di case e caserme s’incammina,
l’aria è strana alza lo sguardo
e sente in alto un grido di poiane
il freddo lo trapassa addosso,
smazza un grammo, allunga il passo
il tipo aspetta dietro il ponte senza fretta
il fiume è giallo, lento fango d’Orinoco
scorre tra i fuochi, gli spacci, i mangiafuoco
scende il murazzo, c’è una macchina bruciata
kebab arrosto e folla a grappoli in parata
le ragazze aspettano di uscire fuori per ballare
e intanto provano le scarpe nuove e ridono da sole
dentro casa, lei lo guarda e resta lì senza parlare
fuori tutto accade anche senza di noi
nel grotto spingono e si bercian Patuan
l’anfe che sale, caldo a fiotti, nervi tesi
Envisia serve al banco acqua minerale
ondeggiano sulle ginocchia tutti uguale
guarda lo specchio e vede in fondo
che per occhi adesso ci ha due buchi neri
e nel riflesso dell’abisso vede il pozzo che era un tempo anima sua
batte una sigaretta arrolla una cartina
mentre da dietro Chiurlo il rosso s’avvicina
sembra l’errore di una spinta alza la voce
e un attimo poi il tempo scorre più veloce
Big Jim lo centra con l’anfibio nel torace
rosso di sangue cade a terra braccia a croce
lo scalcia in faccia quando è steso già caduto
gli arabi scappano nel mucchio chiede aiuto
parte per sbaglio il colpo e fa, come un rumore di petardo
nel festino s’alza lento il volo del grande tacchino
chiude gli occhi e s’avvicina, sempre più vicina
l’ombra lo copre sull’asfalto senza fiato

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