Gnu

18 Febbraio 2010 Blog Admin Nessun commento

Non c’è la faccio più, il pulsare della gengiva aperta dalle mani chirurgiche dell’omino pippato vestito di bianco mi fa impazzire, è un dolore così forte che riesce ad escludere il resto, il lavoro che annoia, la donna che esige, gli amici che pretendono, i colleghi che sbarilano, il governo che ruba, il tempo che impazza. Non dormo, ormai sono settimane di astinenza da cuscino, gli occhi friggono dalla stanchezza, ma lo stato di ansia perenne mi evita di accotolarmi su un qualsiasi giaciglio morbido o duro che esso sia,non c’è la faccio ed esco. Mi opprime il senso di impotenza delle mie quattro mura e vago alla ricerca di un nonnulla che mi possa aiutare, giro per le strade e urlo, chiedo aiuto, ma le responsabilità e l’orgoglio iniettato nel subconscio fin da bambino, mi soffocano e strozzano le mie corde vocali riducendo la mia protesta in un silenzio assordante alle mie orecchie. Ho freddo e più avanza il tempo lo sento nelle ossa, d’altronde si muore ogni giorno, piano piano, lentamente, impossibile fermarlo anzi se posso velocizzo questa strana sensazione inseguendo una felicità effimera che mi è stata venduta e, ancora, utilizzata in piccole ed improvvise dosi con la consapevolezza che prima o poi una grossa esplosione di essa mi avvolgerà per poi esaurirsi come un fungo atomico, rilasciando solo scorie e resti di una vita vissuta nell’incertezza, sentiero sconnesso dove ogni giorno passeggio, come fosse un habitat confortevole nonostante pieno di insidie pronte a sorprenderti dietro ogni curva, dietro ogni cespuglio di invidia che lo costeggia e di cui a volte mi cibo, quando i morsi della fame mi avvinghiano ma le sue bacche nocive non possono che farmi vomitare verità insulse e amenità degne di uno gnu. Non c’è la faccio, scrivo per non stramazzare, per cercare di rimettere a posto i pezzi di quel famoso puzzle inflazionato per le metafore d’occasione, con le sue punte arrotondate ognuna nella sua sede, taglierei quelle punte e tapperei quelle sedi, perché nulla dev’essere scritto, la diversità è umana non l’uguaglianza siamo noi che tendiamo ad equalizzarci per avere una convivenza che tutti ci hanno insegnato come giusta, come civile ed io non ci credo e più me ne convinco più non ce la faccio, il dolore è lancinante e la lingua continua a batter forte come su un tamburo che fa rimbombare il suo suono nel mio cervello sino ad escludere ogni pensiero che mi riconduca sulla via principale quello dove si incontrano i non morti e le amebe che lastricano il passaggio, pronte a farsi calpestare, vittime della loro inesistenza. Differisco e disapprovo dal loro status, il loro status ma mi accorgo che quando mi ribello o inveisco ai loro venti che ogni tanto le smuovono dal loro stato catatonico anch’io mi risveglio in un conflitto che difficilmente riesco a vincere ma soprattutto ad evitare in quanto da me mai ricercato mai voluto. Non c’è la faccio più corro dall’omino pippato vestito di bianco per farmi dare un palliativo al mio dolore, ma neanche l’antibiotico fa effetto neanche i rimedi naturali della nonna e mi fermo qui sulla riva del fiume ad aspettare che anche esso passi insieme al mio nemico.  

Categorie:Argomenti vari Tag:

:: Ordinary World ::

8 Novembre 2008 Blog Admin 4 commenti

 

Si sentivano passi lontani e null’altro in quel pomeriggio di Marzo, Sid passeggiava lungo il torrente alla ricerca di un filo d’erba perfetto; perfetto per essere masticato, perfetto per cullarsi nel dolce oziare, sdraiato a veder nuvole passare a mille all’ora come quei metrò, quelli che,qualche settimana prima,vide a Roma,carichi di ometti buffi in cerca di identità e ometti insonorizzati, presenti solo per quel che è la loro vita, presenti solo per se stessi.La siccità era conseguente ad un inverno dei più caldi, tant’è che il ruscello che veniva giù dalle prealpi si poteva tranquillamente guadare senza correre particolari rischi, Sid imprecava, non gli andava giù la pista ciclabile che costeggiava le sinuose forme del fiume, trovava soffocante quello strato di asfalto che rendeva innaturale la sua passeggiata, non riusciva più a sentire profumo di primavera ma solo un nauseabondo odore, fu così che decise di sedersi su quelle anguste sponde ad aspettare, fumando, tanto per bruciare ancor di più quel poco di olfatto che gli rimaneva. Secchiello era in ritardo di un quarto d’ora dal quarto d’ora di ritardo di Sid, si era persa per il quadrilatero di vie vicino al luogo dell’appuntamento, Sid sentiva da più di mezz’ora la richiesta d’aiuto della marmitta bucata dello scooter della sua nuova compagna, indisponente, non gli andò incontro per darle aiuto, preferì continuare a fumare nella speranza di veder qualche trota agonizzante tentar di risalire il fiume, saltando da una pozza all’altra, come gli successe qualche anno prima, al Villaggio degli Elfi, su per gli appenini toscani in uno dei suoi tanti viaggi. Secchiello e Sid si sono conosciuti per caso una sera all’esterno di una discoteca, entrambi si sentivano fuori luogo e fuori dalla passione che accumunava i presenti, si giravano i pollici mentre gli amici tentavano di bypassare le colonne d’Ercole poste sull’uscio, con tanto di occhiali da sole a mezzanotte e radiolina trasmittente che permetteva loro di comunicare con le altre colonne all’interno del locale, scoprirono più tardi che entrambi consideravano l’oggetto inutile. Sid fu attirato da quelle ciocche color malva che adornavano la corta chioma rossa di Secchiello e, al rimembrar di quella sera, dal basso le venne un singulto di umanità cosicchè sollevò le chiappe dalle sponde per raggiungere l’ormai disperata Secchiello.
Si avvicinava la sera Sid offrì un perfetto filo d’erba alla sua bella che cominciò a succhiarlo fino a farne uscire linfa, era un giovedì qualunque e di solito Sid non è in amore, quindi propose un serie di piroette e voli pindarici tanto per passare tempo insieme, Sid baluardo dell’importantechetucisia iniziò a canticchiare quando d’improvviso dal bosco equidistante dalla strada uscirono degli strani ometti color oliva, che scalzi correvvano inseguiti da marmittoni in divisa con la loro prolunga fallica in mano, i tre scappavano da quell’oscuro villaggio in mezzo al bosco, oscuro poichè la leggenda vuole che un tempo una strega spagnola molto potente vi soggiornasse in esilio dopo che con le sue armi aveva soggiogato il vescovo di Valencia. Sid e Secchiello assistevano alla scena da spettatori curiosi come in un sogno in cui tutto pare succederti intorno, i giustizieri presero a sparare, orde di merli annerirono il cielo e subito dopo arrivò il temporale, le urla della strega si sentivano dal bosco, avevano ucciso le sue creature inermi, ree solo di essere. Sid corse verso gli alberi, fino alla fine, laddove l’asfalto penetra un cespuglio di rovi, lo attreversò senza sputar una goccia di sangue, le spine arrotondate non scalfirono ne gambe ne braccia, Secchiello intonò una nenia incomprensibile e i suoi capelli si rizzarono come il pelo di un felino impaurito, la nenia si unì al pianto della strega e alle imprecazioni di Sid, Sid raccolse i corpi morti davanti a lui e capì, capì tutto, diede risposte a tutti i dogmi che coltivava in se da che era nato, capì che raccogliere anime sarebbe stato il suo nuovo mestiere, capì che anche per lui la  vita era finita, finita in quel sabato sera in cui lui e Secchiello incrociarono per un attimo i loro sguardi.

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

Listening Vinicio – Tanco del Murazzo

28 Luglio 2008 Blog Admin Nessun commento

Si sveglia male, urla in cucina
fitte alla testa, memoria in rovina
parenti in casa, cinque di sera
tempo scaduto, si alza come c’è venuto
nervi asciugati, metallo in bocca
mette il giaccone, e già nell’angolo di sotto
al bar bigliardi, raduno del grifone
colosso anfibi, tatuaggi di pitone
sussurrano di come nella notte prima
gli altri son scesi come cani da rapina
slegati in squadra a testa china toro toro
hanno spazzato dei rifiuti la banchina
nel gelo di case e caserme s’incammina,
l’aria è strana alza lo sguardo
e sente in alto un grido di poiane
il freddo lo trapassa addosso,
smazza un grammo, allunga il passo
il tipo aspetta dietro il ponte senza fretta
il fiume è giallo, lento fango d’Orinoco
scorre tra i fuochi, gli spacci, i mangiafuoco
scende il murazzo, c’è una macchina bruciata
kebab arrosto e folla a grappoli in parata
le ragazze aspettano di uscire fuori per ballare
e intanto provano le scarpe nuove e ridono da sole
dentro casa, lei lo guarda e resta lì senza parlare
fuori tutto accade anche senza di noi
nel grotto spingono e si bercian Patuan
l’anfe che sale, caldo a fiotti, nervi tesi
Envisia serve al banco acqua minerale
ondeggiano sulle ginocchia tutti uguale
guarda lo specchio e vede in fondo
che per occhi adesso ci ha due buchi neri
e nel riflesso dell’abisso vede il pozzo che era un tempo anima sua
batte una sigaretta arrolla una cartina
mentre da dietro Chiurlo il rosso s’avvicina
sembra l’errore di una spinta alza la voce
e un attimo poi il tempo scorre più veloce
Big Jim lo centra con l’anfibio nel torace
rosso di sangue cade a terra braccia a croce
lo scalcia in faccia quando è steso già caduto
gli arabi scappano nel mucchio chiede aiuto
parte per sbaglio il colpo e fa, come un rumore di petardo
nel festino s’alza lento il volo del grande tacchino
chiude gli occhi e s’avvicina, sempre più vicina
l’ombra lo copre sull’asfalto senza fiato

Prosegui la lettura…

Categorie:Spettacoli Tag: