Gnu
Non c’è la faccio più, il pulsare della gengiva aperta dalle mani chirurgiche dell’omino pippato vestito di bianco mi fa impazzire, è un dolore così forte che riesce ad escludere il resto, il lavoro che annoia, la donna che esige, gli amici che pretendono, i colleghi che sbarilano, il governo che ruba, il tempo che impazza. Non dormo, ormai sono settimane di astinenza da cuscino, gli occhi friggono dalla stanchezza, ma lo stato di ansia perenne mi evita di accotolarmi su un qualsiasi giaciglio morbido o duro che esso sia,non c’è la faccio ed esco. Mi opprime il senso di impotenza delle mie quattro mura e vago alla ricerca di un nonnulla che mi possa aiutare, giro per le strade e urlo, chiedo aiuto, ma le responsabilità e l’orgoglio iniettato nel subconscio fin da bambino, mi soffocano e strozzano le mie corde vocali riducendo la mia protesta in un silenzio assordante alle mie orecchie. Ho freddo e più avanza il tempo lo sento nelle ossa, d’altronde si muore ogni giorno, piano piano, lentamente, impossibile fermarlo anzi se posso velocizzo questa strana sensazione inseguendo una felicità effimera che mi è stata venduta e, ancora, utilizzata in piccole ed improvvise dosi con la consapevolezza che prima o poi una grossa esplosione di essa mi avvolgerà per poi esaurirsi come un fungo atomico, rilasciando solo scorie e resti di una vita vissuta nell’incertezza, sentiero sconnesso dove ogni giorno passeggio, come fosse un habitat confortevole nonostante pieno di insidie pronte a sorprenderti dietro ogni curva, dietro ogni cespuglio di invidia che lo costeggia e di cui a volte mi cibo, quando i morsi della fame mi avvinghiano ma le sue bacche nocive non possono che farmi vomitare verità insulse e amenità degne di uno gnu. Non c’è la faccio, scrivo per non stramazzare, per cercare di rimettere a posto i pezzi di quel famoso puzzle inflazionato per le metafore d’occasione, con le sue punte arrotondate ognuna nella sua sede, taglierei quelle punte e tapperei quelle sedi, perché nulla dev’essere scritto, la diversità è umana non l’uguaglianza siamo noi che tendiamo ad equalizzarci per avere una convivenza che tutti ci hanno insegnato come giusta, come civile ed io non ci credo e più me ne convinco più non ce la faccio, il dolore è lancinante e la lingua continua a batter forte come su un tamburo che fa rimbombare il suo suono nel mio cervello sino ad escludere ogni pensiero che mi riconduca sulla via principale quello dove si incontrano i non morti e le amebe che lastricano il passaggio, pronte a farsi calpestare, vittime della loro inesistenza. Differisco e disapprovo dal loro status, il loro status ma mi accorgo che quando mi ribello o inveisco ai loro venti che ogni tanto le smuovono dal loro stato catatonico anch’io mi risveglio in un conflitto che difficilmente riesco a vincere ma soprattutto ad evitare in quanto da me mai ricercato mai voluto. Non c’è la faccio più corro dall’omino pippato vestito di bianco per farmi dare un palliativo al mio dolore, ma neanche l’antibiotico fa effetto neanche i rimedi naturali della nonna e mi fermo qui sulla riva del fiume ad aspettare che anche esso passi insieme al mio nemico.

